Una voce leggendaria ricreata dalle partiture
... in breve, soltanto qui [a Parigi] si può apprendere cos’è il
canto. Oggi, indubbiamente, la prima in Europa non è la Pasta,
bensì la Malibran (Garcia) — una meraviglia! Valentin Radziwill
la idolatra e, in quell’occasione, ci siamo immaginati più d’una
volta quanto voi l’avreste ammirata!
Frédéric Chopin a Joseph Elsner, Parigi, 1831
I dati più affidabili sulla straordinaria voce di Maria Malibran
si ottengono esaminando i brani composti per lei: la tessitura
della parte vocale si estende per quasi tre ottave, dal mi2 al
do5. Pare, inoltre, che le regioni estreme presentassero
un’individualità più marcata rispetto al registro medio. Le
onnipresenti colorature virtuosistiche e i vistosi salti nella
melodia testimoniano una flessibilità fuori della norma e una
perfetta padronanza della tecnica di respirazione.
Per farci un’idea del timbro, sebbene approssimativa, possiamo
soltanto basarci sui numerosissimi resoconti contemporanei (recensioni
della stampa, testimonianze e così via), secondo i quali il
colore sarebbe stato uniforme lungo l’intera estensione della
voce, fin su nel registro più acuto, e i pareri sono in genere
concordi nel descrivere la qualità della voce come vellutata,
scura e pastosa. In effetti, nei casi in cui gli elenchi delle
compagnie teatrali non fanno riferimento a Maria come “prima
donna”, essa viene definita come “contralto”, ma mai come “soprano”.
Oggi una voce con tali caratteristiche verrebbe indubbiamente
classificata come mezzosoprano.
Nel corso di una breve carriera, durata poco più di un decennio,
le risorse vocali pressoché illimitate di Maria Malibran
consentirono all’artista di interpretare un repertorio
eccezionalmente vasto, dal Barocco a Mozart fino a Rossini e,
negli ultimi anni della carriera, anche le opere del
contemporaneo Donizetti e, soprattutto, di Bellini. Numerose
nuove opere vennero composte espressamente per la Malibran e
furono tenute a battesimo da lei, anche se praticamente nessuna
è riuscita a sopravvivere fino ai nostri tempi.
Con i brani selezionati per il presente album, Cecilia Bartoli
affronta per la prima volta in maniera approfondita l’epoca del
Romanticismo. Il punto di partenza è rappresentato dalle sue
profonde conoscenze del Barocco e del Classicismo e la
sensibilità che ha maturato per la musica di quei periodi.
Questo a sua volta le apre le porte a un repertorio
belcantistico straordinariamente ricco e variegato. Al centro
dell’attenzione vi è naturalmente la lettura delle opere di
Vincenzo Bellini nel loro contesto storico.
A prescindere dalle affascinanti caratteristiche vocali e
drammatiche del “fenomeno” Maria Malibran, ciò che a Cecilia
Bartoli più interessa è il tentativo di ricostruire la sonorità
di quell’epoca, nel frattempo andata perduta. Per realizzare
questa impresa sono di importanza fondamentale il tipo di voce e
il modo in cui essa viene controllata, l’esame approfondito del
testo originale, nonché una conoscenza approfondita degli
organici strumentali dell’epoca e, non per ultima, l’intonazione
usata allora, che secondo le informazioni tramandate era basata
su un la da 430 Hz.
Un giorno entrai senza ch’egli si accorgesse di me. Voltava le
spalle alla porta della sua cella e cantava, con tono
malinconico, l’aria spagnola “Yo que soy contrabandista”. Quando
ebbe finito, si voltò bruscamente verso di me e gridò: fratello,
se mai dubiterai di me, promettimi di mettere da parte ogni
sospetto quando mi udirai cantare quest’aria.
Victor Hugo, Bug Jargal, 1818–20
L’aria “Yo que soy contrabandista” [5] rappresenta in certo
senso l’origine e l’essenza del fenomeno Maria Malibran. Fu una
delle composizioni più celebri di suo padre, Manuel García
(1775–1832), che senza dubbio contribuì più di chiunque altro
alla formazione della personalità, della vita e dell’arte della
cantante. L’aria fu cantata in svariate occasioni, con
accompagnamento di chitarra, sia da Maria che dalla sorella
Pauline Viardot, e venne addirittura utilizzata come inserto
nella scena della lezione di musica del Barbiere di Siviglia di
Rossini. In effetti si potrebbe affermare che rappresenti, in
senso musicale, l’ascesa sociale della famiglia García dalla
provincia della Spagna meridionale al Parnaso dell’opera lirica.
Non solo, essa rivela anche la versatilità del talento di
García: con questa canzone immensamente popolare egli ha infatti
introdotto nel mondo della musica classica il folclore del suo
paese. La canzone ha ispirato George Sand alla sua “histoire
lyrique” Le Contrebandier; ha ispirato Liszt alla composizione
del Rondeau fantastique; Victor Hugo la cita nel suo primo
romanzo, Bug Jargal; infine, si dice che Georges Bizet l’avesse
integrata, sottoponendola a elaborazione tematica, come nota di
colore spagnola nella sua Carmen.
El poeta calculista (Il poeta calcolatore) è un monodramma,
nella versione originale definito dall’autore come
“unipersonal”, della durata di un’ora. Il soggetto è un povero
poeta che riflette sulla carriera e sul successo. Citando vari
modelli, il protagonista ci illustra l’aspetto che avrebbero una
commedia, una tragedia e altri generi teatrali scritti da lui:
in un esempio egli intona addirittura un tipico duetto d’amore,
interpretando entrambi i ruoli. Un altro ottimo esempio è il “Caballo”,
classica canzone dei contrabbandieri in stile di polo, un genere
che ancora oggi gode di notevole popolarità nell’ambito del
flamenco. Il ritmo focoso, l’orgoglio e la vitalità emanati da
questo piccolo brano la dicono probabilmente lunga sul
temperamento del compositore e sui connotati che i figli
ereditarono da lui.
La Signorina García è una delle nostre predilette; e, a
giudicare dalla sua ricezione entusiastica, è altrettanto
apprezzata da tutti coloro che hanno assistito alle sue
esibizioni. È dotata di grande scienza e talento, è modesta e
discreta, ha un aspetto elegante, un volto raffinato, ed è una
persona delicata e riservata.
New-York Literary Gazette, 1825
Nel 1825, Manuel García si trasferì con la famiglia dall’Europa
a New York. Alla diciassettenne figlia Maria, che mostrava segni
di possedere un eccezionale talento, García offrì una formazione
ottimale, basata soprattutto sulle opere di Rossini e Mozart,
consentendole di diventare la star della sua troupe operistica.
Inoltre, García concepì per lei i ruoli principali nelle opere
La figlia dell’aria e L’amante astuto, che possono vantare il
primato di essere state probabilmente
le prime due opere a essere state tenute a battesimo in
America. Nella grande scena e aria di Semiramide presentata
nell’incisione, “E non lo vedo … Son regina” [9], tratta da La
figlia dell’aria, è chiaramente percettibile la transizione dal
tardo Classicismo al primo Romanticismo, ad esempio nei melismi
del canto. Nell’accompagnamento traspare invece l’inconfondibile
influenza di Rossini. Il recitativo caratterizzato dalle tinte
oscure, da un alto contenuto drammatico e dagli interventi di
sgomento del coro, presenta un carattere fortemente individuale.
L’aria stessa inizia con una orgogliosa e marziale affermazione
(“Son regina”); ben presto essa cede il posto a un tema
pastorale, che dal punto di vista armonico e per
l’accompagnamento di flauti e clarinetti ci ricorda la scuola
napoletana (“E sopra i popoli cari”). Dopo aver espresso il
desiderio di regnare con saggezza sul suo popolo, alla fine
della scena Semiramide compie un grandioso e solenne gesto
incitando ardentemente il suo popolo alla ribellione e alla
libertà.
La durata di questa scena (estremamente impegnativa anche in
base ai criteri odierni), la gamma dei sentimenti che cambiano
con rapidità, l’estremo virtuosismo degli arpeggi e dei passaggi
rapidi e, non per ultima, l’estensione (dal sol2 al la
bemolle4), percorsa più volte nell’arco di poche battute,
confermano che le qualità considerate tipiche della voce di
Maria e la sua forza espressiva erano pronunciate sin
dall’inizio.
L’opera è stata eseguita impeccabilmente. In primo piano
spiccava la Malibran, con la sua piena vitalità e magia
espressiva, nel personaggio di Clari.
Wiener Zeitschrift für Kunst, Literatur, Theater und Mode, 1829
Ritornata a Parigi dall’America, Maria, appena ventenne, fece un
trionfale ingresso al Théâtre-Italien di Parigi nel 1828, dove
godette di enorme successo soprattutto come interprete dei
personaggi rossiniani. All’epoca lavorava in quel teatro come
maestro sostituto Jacques Fromental Halévy (1799–1862). Oggi
noto quasi esclusivamente come autore del grand opéra La Juive
(1835), Halévy scrisse durante la sua vita due opere italiane,
di cui la prima, Clari, fu concepita appositamente per Maria.
Maria aveva evidentemente conosciuto questo soggetto popolare in
Inghilterra, mediante l’omonima opera (1823) di H.R. Bishop, e
in America aveva entusiasmato il pubblico cantandone il brano di
maggiore successo, l’aria “Home, Sweet Home”, ancora oggi nota
in tutto il mondo. La Clari, la cui première ebbe luogo già nel
1828/29 al Théâtre-Italien, colpisce per il suo stile leggero e
italiano, assai remoto dallo sfarzo del grand opéra.
L’adattamento musicale del soggetto da parte di Halévy non manca
certo di originalità e l’orchestrazione è ricca di inventiva,
come attesta anche la cavatina iniziale “Come dolce a me favelli”
[14] dell’eroina del titolo. Il brano inizia con un suggestivo
passaggio solistico di quattro corni e un violino solista, che
da un lato offre l’indispensabile elemento di calma dopo
l’agitazione della scena precedente e, dall’altro, accenna alla
provenienza umile di Clari e al suo carattere sincero. La lenta
melodia, di ascendenza innegabilmente rossiniana, non tarda a
scalare le vette più alte, partendo dal si bemolle grave per
raggiungere il la acuto e lasciando intuire come il compositore
conoscesse alla perfezione il potenziale vocale della sua
cantante.
Da diversi anni il celebre compositore non ci ha presentato un
brano più gradevole in una cornice così ristretta. Il tema in fa,
che inizia dopo una brevissima introduzione, è tenero e pieno di
grazia, e le sue svolte frizzanti lo rendono particolarmente
idoneo al trattamento con variazioni.
Wiener Zeitschrift für Kunst, Literatur, Theater und Mode, 1830
L’Air à la tirolienne avec variations [8] di Johann Nepomuk
Hummel (1778–1837) è una piccola curiosità. Il termine
“Tyrolienne”, originariamente in voga in Inghilterra all’inizio
del diciannovesimo secolo, accennava a una forma elegante del
Ländler, che esaltava la musica popolare delle regioni alpine.
Questa moda raggiunse un altissimo livello di popolarità grazie
ai gruppi di Jodel itineranti, fra cui i fratelli Rainer del
Zillertal, i quali fecero sensazione soprattutto in Germania e
in Inghilterra. Hummel fu pianista, direttore d’orchestra e
compositore e studiò con Mozart, Salieri e Haydn. Per diciotto
anni ricoprì la carica di Kapellmeister presso il Granduca di
Weimar, svolgendo ogni anno anche importanti tournée nei centri
musicali europei, fra cui Londra. L’Air à la tirolienne avec
variations apparve nel 1830 in due versioni (per voce e
orchestra e per pianoforte a quattro mani) contemporaneamente a
Vienna, Parigi e Londra e reca l’annotazione “chanté pour la
1ère fois par Mme Malibran-Garcia à Londres, composé et dédié à
elle” (cantata per la prima volta dalla Signora Malibran-García
a Londra, composta e dedicata a lei). Basata su un testo
semplice e pastorale, è composta da un appariscente Jodel e da
una serie di variazioni nello stile caratteristico. In questa
incisione sono state integrate la variazione sincopata, quella
in stile “ungherese”, in cui i violini imitano il cymbalon, e la
variazione in stile rossiniano che presenta una scherzosa corsa
tra la voce, il clarinetto e il flauto.
Giovanni Pacini, Le mie memorie artistiche, 1875
Negli anni trenta dell’Ottocento Maria continuò a svolgere
regolarmente tournée in Inghilterra, ma spostò il centro della
sua attività sempre più verso l’Italia. Fu ospite stabile a
Napoli, città in cui interpretò una vasta gamma di personaggi
e dove fu composta per lei un’intera serie di nuove opere.
Ad esempio l’Irene, o L’assedio di Messina di Giovanni Pacini
(1796–1867), oggi completamente dimenticata, fu concepita nel
1833 per il Teatro San Carlo. Nato in Sicilia, Pacini compose
ben ottantanove opere e, insieme a Rossini e Donizetti, figura
tra i compositori più prolifici del primo Ottocento.
Giorni or sono, nell’Amelia, del maestro Rossi, la Malibran
volea farsi ammirare anche come ballerina, ed ella che non sa
ballare come canta, come non saprebbe cantare come balla, ebbe a
soffrire del pubblico consiglio ch’ella usi sempre della voce e
non dei piedi.
Omnibus letterario, Napoli, 1835
Il sottotitolo “melodramma comico” dell’Amelia ovvero
Otto anni di costanza di Lauro Rossi (1812–85), un’altra opera
composta a Napoli per Maria, non lascia dubbi sul fatto che la
trama, oltre alla sua malinconia di fondo, offra anche diversi
elementi di comicità e scene di genere, fra cui l’estremamente
virtuoso Rondò con variazioni “Scorrete, o lagrime” [15] con cui
termina l’opera. Particolarmente degna di nota è la variazione
in cui la voce e il clarinetto si intrecciano in una maniera che
richiama alla mente i passaggi di obbligato nelle grandi arie
mozartiane, e in cui la calda sonorità dello strumento d’epoca
conferisce alla musica una pronunciata sensualità.
Omnibus letterario, Napoli, 1835
L’Ines de Castro di Giuseppe Persiani (1799–1869), fu
anch’essa composta a Napoli espressamente per Maria, nel 1835,
su commissione del Teatro San Carlo. Nelle sue fosche e tragiche
tinte si avvicina alle opere più truculente di Donizetti, la cui
Lucia oggi resta praticamente l’unico esemplare sopravvissuto,
nel repertorio moderno, di una categoria un tempo popolarissima.
Sia il libretto della Ines de Castro che quello della Lucia di
Lammermoor furono stesi da Salvatore Cammarano, il quale anni
dopo avrebbe scritto altri libretti caratterizzati da trame non
meno tortuose, quali la Luisa Miller (1849) e Il trovatore
(1853) di Verdi. La Romanza di Ines, “Cari giorni” [3] con il
suo semplice accompagnamento di arpa e il carattere intimo della
sua melodia appartiene ai più sublimi punti culminanti di
quest’opera. La triste atmosfera della prigione, che fa da
sfondo alla voce piena di nostalgia, viene ritratta con colori
commoventi realizzati con la magica sonorità di un’arpa
dell’epoca. Uno dei rari momenti di quiete, questa Romanza è in
pieno contrasto con la terribile vicenda che culmina, nell’Atto
terzo, nella grande scena della follia di Ines, un recitativo
accompagnato, e nella scena della sua morte straziante a seguito
dell’avvelenamento.
Omnibus letterario, Napoli, 1834
La data di composizione del Rondò “Dopo tante e tante
pene” [11] di Pacini può essere stabilita con esattezza: Il
19 novembre 1834 Maria Malibran si presentò per la prima volta a
Napoli impersonando il Tancredi di Rossini, ma senza riscuotere
particolare successo. Il 21 interpretò nuovamente quel ruolo
sulla ribalta, tuttavia, alla fine dell’opera cantò un nuovo
Rondò. L’entusiasmo dimostratole questa volta dal pubblico fu
sicuramente da attribuire non solo al miglioramento della salute
di Maria (che durante la precedente rappresentazione era stata
indisposta), ma in notevole misura anche alla nuova aria finale.
È evidente che Pacini scrisse questo Rondò in grande fretta: le
parole non fanno riferimento ad alcuna situazione concreta e
parti della melodia sono derivate dall’opera Carlo di Borgogna
(1834/35), ch’egli stava componendo in quel periodo.
Naturalmente Pacini conosceva bene Maria: nel 1833 aveva scritto
per lei l’opera Irene e di tanto in tanto i due erano stati
ospiti al palazzo del sovrintendente dell’opera di Napoli,
Barbaja. Viene spontaneo immaginarsi come i due possano aver
concepito insieme, durante una cena, questo numero pieno di
effetto. Analogamente alla scena dall’Irene, anche qui abbondano
i passaggi rapidi, i salti e i trilli tipici del “maestro delle
cabalette”, inoltre egli sfrutta in pieno l’estensione della
voce della Malibran (da la bemolle a un lungo do5 sostenuto).
… fui il primo a gridare a squarciagola: “Viva! Viva! Brava!
brava!” ed a batter le mani a più non posso.
Vincenzo Bellini a Francesco Florimo, Londra, 1833
L’aria finale di Amina, “Ah! non credea mirarti” [6], è
uno degli esempi più famosi e più belli di quelle ampie melodie
belliniane che sembrano espandersi all’infinito. Ancora una
volta colpisce l’atmosfera straordinariamente intima, che
soltanto la sonorità morbida e rotonda degli strumenti
dell’epoca è in grado di evocare: i violini, che evidenziano la
profonda malinconia del brano, ma anche i dolci interventi
dell’oboe e del violoncello che sembrano lacrime o ricordi pieni
di dolore.
Del giornale Il Barbiere di Siviglia, Milano, 1834
Analogamente, in tempi relativamente recenti, i soprani
drammatici iniziarono a reclamare per sé il ruolo della Norma,
sebbene anch’esso fosse stato concepito da Bellini appositamente
per la Pasta dopo il successo della Sonnambula. Ciò che oggi ci
stupisce, dunque all’epoca era perfettamente naturale: in
qualità di importante artista teatrale, anche la Malibran doveva
“impadronirsi” di quest’opera; e la sua interpretazione, pur
scostandosi notevolmente dalla concezione della Pasta, fu
pienamente accettata dai contemporanei. In un giornale di
Napoli, nella primavera del 1834, pochi giorni dopo il suo
debutto in questo ruolo, si leggeva infatti: “[La Malibran] è
Norma, che può esser norma ad ogni altra Norma”.
Bellini a Malibran, Parigi, 1835
< Durante i preparativi per la première parigina de I puritani, Vincenzo Bellini pensò di adattare la sua ultima opera per Maria Malibran, per la quale nutriva profondo rispetto. Per questo lavoro ottenne addirittura una commissione dal Teatro San Carlo. Di conseguenza nacquero due versioni parallele.
